La Notte e il Giorno

26 gennaio 2008

Narra una leggenda cinese di due amanti che non riescono mai a unirsi. Si chiamano Notte e Giorno. Nelle magiche ore del tramonto e dell’alba gli amanti si sfiorano e sono sul punto di incontrarsi ma non succede mai.
Dicono che se fai attenzione, puoi ascoltare i lamenti e vedere il cielo tingersi del rosso della loro rabbia. La leggenda afferma che gli dei hanno voluto concedere loro qualche attimo di felicità; per questo hanno creato le eclissi, nel corso delle quali gli amanti riescono a unirsi e fanno l’amore.
Anche io e te aspettiamo la nostra eclisse. Ora che abbiamo capito che non c’incontreremo mai più, che siamo condannati a vivere separati, che siamo la notte e il giorno.

Quattro amici, David Trueba

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Serena

12 giugno 2007

Ancora una volta, Serena camminava a piedi nudi lungo la battigia. Amava quella piccola spiaggia, un minuscolo sorriso bianco sull’oceano.
Lo sguardo era fisso all’orizzonte, come aveva fatto tanti altri pomeriggi, in cerca di una risposta a tutte le domande che si portava dentro da sempre.
Quel giorno si era spinta fino al confine estremo della spiaggia, dove una magnifica scogliera sovrastata da palme gigantesche isolava questa luna di sabbia dal resto della baia.
Serena era nata in una casa a due passi dalla riva, e sin da quando era piccola, si era sentita attratta dall’oceano.
Dopo la scuola, di solito finiva in fretta i compiti per precipitarsi sulla spiaggia, e sentire così da vicino il respiro dell’oceano. Era un gioco persino spogliarsi e, indossati costume e maglietta, restava a piedi nudi di fronte a quella immensità. Il momento che amava di più era il tramonto, o meglio subito dopo il calar del sole, quando poteva contemplare tutti i colori che le nuvole si lasciavano scappare, mentre la palla di fuoco lentamente svaniva all’orizzonte.
Serena era una ragazzina molto speciale, e proprio per questo qualche volta non veniva compresa del tutto.
Invece di andare alle feste o di vedere i suoi compagni di classe, lei preferiva starsene seduta sulla sabbia a guardare il frangersi delle onde contro gli scogli di cui era disseminata la spiaggia vicino a casa. Alcuni dei suoi amici, dopo la scuola, le proponevano di fare un giro con loro: chi la invitava ad andare per negozi, chi al cinema o anche solo a uscire per un gelato. E sebbene si divertisse un mondo così, nulla la faceva stare bene come quando era da sola, a tu per tu con l’oceano.
Il suo legame con la natura era forte, e a lei piaceva ammirare tutte quelle creature che gremivano la spiaggia: qualche gabbiano che volteggiava in cielo, un granchio o due che scavavano buche nella sabbia, trasportando con pazienza e lontano i granelli che ostruivano le loro tane segrete, Dio solo sa quanto profonde.
E quell’attrazione per l’oceano l’aveva spinta a passeggiare avanti e indietro lungo la spiaggia non lontano da casa. Non aveva fratelli o sorelle, ed essere figlia unica non le pesava più di tanto, sebbene avesse sempre sognato di trovare un giorno un amico con cui condividere tutto lo spettacolo magico che si rappresentava nelle fenditure degli scogli. Voleva un amico a cui poter raccontare delle minuscole creature che vivevano chiuse in mondi a sé. La solitudine era diventata la sua migliore compagna e sebbene avesse amato l’idea di contemplare tutte queste meraviglie con qualcuno, lei preferiva ancora stare da sola nel suo mondo di fantasia.
Benché, se avesse potuto trovare un amico vero, anche soltanto uno…

Sergio Bambarén, Serena

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Mondo sommerso

22 marzo 2007

L’inverno fu per Pasticcio davvero frenetico. Correva senza sosta da mattina a sera, sì da guadagnarsi in breve l’appellativo ‘trottolina’. Era riuscita ad affollare le sue giornate in maniera meticolosa, e non le restava tempo per pensare, osservare il mare, scrivere.

Ma i pensieri e le parole si imponevano. Quando meno se lo aspettava, affioravano in superficie e, per quanto cercasse di frenarli, ad un certo punto dovette arrendersi.

Ed ecco venire a galla tutto un mondo fatto di emozioni, sentimenti, stati d’animo, un mondo a lungo represso, a lungo rimosso, un mondo sommerso che anelava alla vita.

E così presero forma delfini e gabbiani, stelle marine e pesci, tramonti e albe.

Diventarono parole, si impadronirono della pagina, celarono emozioni.

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Ottanta gradini

3 febbraio 2007

Si chiama Serena,

e ogni volta che la incontro dopo un po’ deve scappare.

Perché per ritornare a casa sua deve fare ottanta gradini.

Ottanta!

E lei li ha contati. Tutti e ottanta. Da sola!

Una sera siamo usciti e nel riaccompagnarla a casa ci ha salutato.

“Aspetta, Serena, ti accompagniamo!”

“Ma siete pazzi! Ci sono ottanta gradini! Ciao!”

Così ha attraversato la strada, è entrata nel vicolo, ha girato l’angolo e ha salito tutti i suoi ottanta gradini fino a casa.

Ma Serena sorride sempre.

Anche quando è seria, Serena sorride.

Secondo me il segreto della sua felicità sta in quegli ottanta gradini.

Forse a ottanta gradini di altezza la città è diversa, più bella.

Forse sei più vicino al cielo e puoi vedere le stelle più grandi.

Forse hai l’impressione di essere in una casetta delle montagne del presepe.

Una volta Serena ha provato a farmi vedere dove abita,

ma la sua casa stava così in alto che le fronde degli alberi ne impedivano la vista.

Ecco, la casa di Serena sta più in alto degli alberi. Esattamente a ottanta gradini.

A me lo ha detto Serena. E io ci credo.

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Messaggio in bottiglia…

30 settembre 2006

C’ era una volta una principessa che abitava in un castello incantato, costruito su un promontorio che guardava verso il mare, in una spiaggia ai confini del mondo, sperduta e difficile da raggiungere. La strada che ivi conduceva era lunga e impervia, e bisognava superare tante prove e ostacoli per potervi accedere. Il nome della principessa era Pasticcio, trascorreva le sue giornate affacciata alla finestra e da lì osservava il sole tuffarsi nel mare, il volo dei gabbiani, il luccichio del cielo stellato. Percepiva il lento infrangersi delle onde sulla battigia, mentre il vento accarezzava dolcemente i suoi biondi capelli, e credeva davvero che il rumore del mare si potesse racchiudere nelle conchiglie dalle forme più strane e fantasiose.

Un giorno un cavaliere, dal cuore impavido e dal coraggio di un leone, essendosi diffusa di bocca in bocca la fama della bella principessa, sellò il suo cavallo bianco e iniziò ad errare per boschi e foreste nella speranza di incontrarla, alla ricerca di un sentimento che tutti chiamano amore. Percorse chilometri e chilometri, guadò centinaia di fiumi, scalò montagne alte e inaccessibili, vide succedersi infinite albe e tramonti, fiori nascere e poi morire, alberi spogliarsi per rinverdire, sempre guidato nella giusta direzione da una stella che illuminava la finestra del castello che custodiva la principessa.

Anche a Pasticcio giunse notizia di un cavaliere che, in sella al suo cavallo bianco, stava affrontando mille ostacoli e mille peripezie nel tentativo di raggiungerla. Impietositasi, la gentile fanciulla in un freddo pomeriggio invernale si spinse sino ai confini del suo regno e cosparse di sassolini la strada che conduceva alla sua finestra, al fine di aiutare il nobile cavaliere nell’ ardua impresa. C’era davvero molto freddo e la principessa si ammalò. Trascorse lunghi giorni solitari chiusa nella sua stanzetta, completamente senza voce e senza poter parlare con nessuno, riscaldata solo dal pensiero del cavaliere in trepidante attesa. Frattanto il cavaliere aveva ingaggiato una lotta furibonda con gli alberi della foresta incantata e non solo ne era uscito integro, ma addirittura vincitore. E numerosi alberi furono ridotti in piccoli tronchetti, pronti per essere arsi nel camino, per riscaldare la principessa durante le fredde sere d’inverno. Una mattina soleggiata di gennaio Pasticcio finalmente guarì, la voce le tornò limpida e squillante, e si affacciò alla finestra. Riconobbe la sagoma di un uomo che si era accampato sotto la sua torre e di corsa uscì dal castello per andargli incontro.

E così, testimoni quattro sparuti gatti in amore, avvenne l’incontro tra i due giovani in un luogo da favola, un promontorio sul mare, e fu subito sintonia. I mesi passarono, Princi e il cavaliere si conobbero e frequentarono. Conobbero il piacere di stare insieme e di scherzare, di prendersi in giro e di sorridere l’uno dell’altra, scoprirono e accettarono i vari lati del loro carattere, condivisero bei momenti spensierati e allegri e, nonostante l’apparente diversità, trovarono punti di incontro e passioni comuni.

Ma l’ostacolo più grande ancora doveva essere sconfitto. Il cavaliere, per via di un sortilegio fattogli da una strega malefica quando era ancora bambino, era completamente ripiegato su se stesso e chiuso nel suo mondo, non permetteva alla vita di seguire il suo corso naturale, voleva amare ma non riusciva a far sgorgare questo sentimento dal suo cuore, tentava di razionalizzare quello che per definizione razionale non è, ponendosi mille interrogativi e dubbi, operando confronti con entità ormai idealizzate dal ricordo, divenendo scostante e insofferente, enigmatico e sfuggente.

Pasticcio, non sapendo che cosa fare, decise allora di rivolgersi ad una fata, che aveva la facoltà di leggere nell’ animo. «Ci si può nascondere da tutto e da tutti, ma non si può sfuggire a se stessi» – sentenziò la saggia donna. E aggiunse: «Quello che dalla bocca può essere mentito, viene ingenuamente rivelato dal corpo». Poi con inchiostro indelebile scrisse questo messaggio su una pergamena e lo chiuse in una bottiglia, raccomandando a Pasticcio di gettarla in mare, certa che il cavaliere l’avrebbe trovata:  «La vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, se solo riesci ad instaurare un dialogo stabile e costruttivo, ad aprirti a un sentimento che nasce e si consolida giorno dopo giorno e che si chiama amore. L’amore, non il tempo, guarisce le ferite».

Se non sei il destinatario di questa favola, riaffidala al mare, ti prego. Permetti al destino di seguire il suo corso imprevedibile e non togliere a Princi la remota speranza che il cavaliere possa leggerla. Grazie. 

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